L’Eurobarometro 2018 evidenzia un gap generazionale importante

A un anno dalle prossime elezioni europee, il sondaggio Eurobarometro, commissionato dal Parlamento europeo e condotto nell’aprile 2018 da Kantar Public su 27.601 cittadini dei 28 Stati membri, rivela che il 60% di loro ritiene che l’appartenenza del proprio Paese all’UE rappresenti una “cosa positiva”. Inoltre, più di due terzi degli intervistati è convinto che il proprio Paese abbia tratto beneficio dall’appartenenza all’UE. Questo è il punteggio più alto mai registrato dal 1983.

Le percentuali in Italia sono più basse, anche se in aumento rispetto a sei mesi fa. Il 39% degli italiani intervistati ha risposto che l’appartenenza dell’Italia all’UE è una cosa positiva, 3 punti in più rispetto allo scorso novembre, mentre il 44% – 5 punti in più – sostiene che l’Italia abbia tratto beneficio dall’appartenenza all’UE.

Analizzando però i dati nel dettaglio, si nota una spaccatura generazionale profonda. 

Alla domanda sul sentimento di partecipazione in Europa (veniva chiesto agli intervistati se pensassero che la propria voce conti in Europa) assistiamo al primo grande gap generazionale: se il 40% del giovanissimi (15/24 anni) e il 36% delle fasce successive è fiducioso a tal proposito, solo il 19% degli over 55 si ritiene rappresentato correttamente.

Lo stesso divario profondo si nota quando agli intervistati viene chiesto se per l’Italia sia una buona cosa far parte dell’Unione Europea: tra i giovani, i trentenni e i quarantenni il tasso di soddisfazione raggiunge punte del 54%, mentre i più anziani si fermano al 28%.

Alla domanda sul fatto che la propria nazione benefici del fatto di far parte dell’Unione Europea, ancora, il divario è di circa venti punti percentuali (54% tra i giovani, 50% tra le fasce medie e solo il 33% tra i senior).

D’altra parte oltre il 50% degli under 50 si definisce interessato agli “affari europei”, mentre la percentuale precipita al 31% nell’ultima fascia d’età, percentuali invariate per la domanda per cui si chiedeva se fosse auspicabile o meno un maggiore coinvolgimento del Parlamento Europeo nelle politiche nazionali.

La situazione non è molto diversa da quella che in un certo senso ha provocato il Brexit inglese: nel Regno Unito sono stati gli anziani a decidere sul futuro dei giovani inglesi. Nel referendum una larga parte della popolazione più anziana ha optato per il Leave. Nella fascia 18-24 anni il 60 per cento degli intervistati avrebbe voluto rimanere in Europa e solo il 22 per cento era per l’abbandono. Tra gli ultrasessantenni si è registrato una sorta di plebiscito: il 58 per cento si è espresso a favore dell’addio. Solo il 32 per cento di loro avrebbe optato per il Remain.

Nel Regno Unito c’è stato un gap di conoscenza e comprensione dei problemi dell’Unione Europea. Un grosso ruolo è stato interpretato dalle campagne fondate su “hoax” (bufale) e disinformazione che per le generazioni non propriamente native digitali sono più difficili da individuare e hanno pesato nello spostare l’ago della bilancia verso l’uscita del Regno Unito.

Probabilmente il fatto di non essere nativi europei ha fatto sì che si creasse un distacco verso l’Unione e le sue Istituzioni, inoltre sono i più giovani che – partecipando a progetti come l’Erasmus – hanno potuto meglio crearsi una cultura profondamente europea.

Le prossime elezioni sono alle porte e occorre che a tutti, a dispetto di età e cultura, venga spiegato quanto la propria voce conti e quanto partecipare alla vita politica europea sia importante per ogni singolo cittadino.

Categorie: Notizie

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