Stallo europeo sui migranti, ma l’Italia deve cercare la via del dialogo contro l’isolamento.

La politica dei muri non produce altro che l’innalzamento di muri più alti. E così il vertice ristretto di domenica non ha prodotto alcuna intesa sulla proposta italiana di una “strategia multilivello” per le migrazioni. E’ possibile che lo stallo si riproponga nel prossimo appuntamento del Consiglio Europeo di fine giugno, con l’impossibilità di raggiungere un accordo unanime fra i 28 stati membri. La soluzione alternativa, quella di negoziati separati su base bi-trilaterale, sancirebbe, de facto, l’avvio della dissoluzione dell’UE.
La strategia multilivello proposta dal premier Conte riprendeva, apprezzabilmente, il concetto cardine della proposta del Parlamento Europeo per la riforma del sistema di Dublino, secondo la quale “chi sbarca in Italia sbarca in Europa”: un principio sostenuto con forza dai precedenti governi Renzi e Gentiloni , insieme alla relocation obbligatoria fra tutti i paesi UE,  sul quale in passato esisteva un approccio comune tra Italia, Francia e Germania.  Oggi non è più così, perché l’Italia di Matteo Salvini ha scelto la politica del muro contro muro con i suoi tradizionali alleati, chiedendo solidarietà all’Europa e contemporaneamente volgendo lo sguardo verso quei paesi- il blocco di Visegrad di cui fa parte il nazionalista Orban- che di solidarietà europea e di gestione comune dei flussi non vogliono saperne. Sono loro che hanno affossato , non ratificandola, la proposta già votata dal Parlamento Europeo nel 2017, che avrebbe consentito di rendere più equa e condivisa l’accoglienza e la gestione dei  migranti e dei richiedenti asilo.
Domenica l’Italia ha chiesto anche una responsabilità comune sui naufraghi in mare, ossia che gli sbarchi non siano più indirizzati solo verso l’Italia, ma verso tutti i paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo. Anche qui, una posizione ragionevole che difficilmente però potrà trovare sponda se proseguirà il braccio di ferro sul nodo dei rimpatri forzosi, sollevato nei giorni scorsi da alcuni paesi europei e subito divenuto materia di scontro con l’Italia, al punto da far temere la fine irreversibile del principio di Schengen sulla libera circolazione delle persone. Dopo la chiusura dei porti alle Ong, infatti, il Ministro dell’Interno Salvini si era detto pronto a contrastare i rimpatri forzosi in Italia dei migranti che dopo la prima accoglienza si erano recati in altri paesi europei sigillando anche le frontiere di terra con Francia, Austria, Svizzera e Slovenia. 
Il tema sarà certamente oggetto di trattativa nella riunione del Consiglio Europeo il prossimo 28 giugno. In quella sede, al di là delle provocazioni del ministro dell’Interno, l’Italia farebbe bene a perseguire la via del dialogo abbandonando l’ipotesi di sollevare nuovi muri, perché così facendo toglierebbe ogni remora a chi, dentro l’Ue persegue da sempre i propri esclusivi interessi nazionali scaricando tutto il peso dei flussi, primari e secondari, sulle spalle dei paesi di prima accoglienza. Pensiamo certamente al blocco di Visegrad, da sempre ostile ad ogni ipotesi di relocation.
Ma anche a paesi come la Germania e la Francia,  che per arginare la crescita delle destre populiste al loro interno stanno rapidamente virando verso una politica che penalizza la solidarietà europea ed allontana la gestione comune dell’accoglienza, da tanti auspicata a parole. Nelle intenzioni di Berlino, in particolare, l’iniziativa del mini-vertice di domenica avrebbe dovuto avere un focus preciso sulla questione dei cosiddetti “movimenti secondari” dei richiedenti asilo tra i vari paesi dell’Ue.  A muovere Angela Merkel la necessità di disinnescare o scontro con  il suo ministro dell’Interno, il bavarese Horst Seehofer, sulla possibilità di respingere alla frontiera i migranti entrati in Ue da un altro stato membro.  Anche il presidente francese Macron si è allineato, auspicando che coloro i quali siano “registrati nel primo paese della zona Schengen possano essere ripresi il più presto possibile nel paese in cui sono stati registrati”.
Il nodo dei secondary movements all’interno dell’UE è un aspetto certamente importante del più ampio dibattito europeo sull’accoglienza e sulla gestione dei flussi migratori.  Ma la  soluzione non può essere l’innalzamento dei muri alle frontiere, come auspica il ministro tedesco e di rimando il nostro ministro dell’Interno Salvini.  L’Italia, a differenza della Germania, si affaccia sul Mediterraneo ed è circondata dal mare su tre lati. Prima ancora di pensare a degli hotspot africani –che dovrebbero concentrare lo smistamento e la gestione delle richieste d’asilo ma di cui non si sa ancora se, dove e quando saranno realizzati- nostro interesse primario non può  che essere quello di insistere, ancora, sulla proposta di riforma del sistema di Dublino che contempli un meccanismo di ricollocamento obbligatorio per tutti i paesi membri dell’UE.
Farebbero bene dunque il ministro Salvini ed il nuovo Governo in carica a lasciar perdere le prove muscolari e ad appoggiare, nei pochi giorni che ci separano dal prossimo vertice europeo, l’unica proposta attualmente in grado di garantire l’interesse italiano e una vera solidarietà in sede comunitaria rispetto al tema migratorio.

Categorie: Notizie

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