PRIVACY DIGITALE, SUBITO UNA NORMATIVA EUROPEA SULLA PROTEZIONE DEI DATI PERSONALI

La recente sentenza con cui la Corte di Giustizia Europea ha dichiarato l’invalidità del regime di Safe Harbor è un atto importante che stabilisce alcuni punti fermi in tema di privacy e trattamento di dati in ambito digitale: ma non basta, ora occorre assicurare una normativa omogenea a livello europeo.
I fatti sono noti: il 6 ottobre 2015, la Corte di Lussemburgo ha stabilito l’invalidità della decisione-quadro fra Stati Uniti ed Unione Europea riguardante il trasferimento dei dati di utenti europei sui server di aziende americane, in quanto tale decisione non garantirebbe un livello di protezione adeguato secondo gli standard dell’Unione. Il cosiddetto “regime di approdo sicuro” cioè non tutela i cittadini europei dal rischio di una sorveglianza di massa, come si è visto con lo scandalo Datagate.
Mettendo come punto fermo la Direttiva 95/46 CE, la sentenza restituisce alle autorità di vigilanza nazionali il potere di decidere se il trasferimento dei dati di una persona verso un paese terzo sia conforme agli standard di protezione europei e dà ai cittadini il potere di ricorrervi in qualunque momento”
Tuttavia ora si aprono nuove questioni e nuove sfide relative alla gestione ed al trattamento dei dati in Europa: il rischio è quello di un ritorno a un sistema frammentato, con 28 soluzioni differenti in materia di trasferimento dei dati personali, che potrebbe creare degli ostacoli alle imprese europee operanti nel settore determinando un ritardo di competitività.
Occorre pertanto colmare il gap legislativo e accelerare la conclusione della riforma della normativa europea sulla protezione dei dati personali, cosi come dare nuovo impulso alle negoziazioni per la decisione Safe Harbor II. Per questo ho indirizzato un’interrogazione alla Commissione Europea, per chiedere, dopo il decadimento del Safe Harbor, come intenda garantire un adeguato livello di protezione dei consumatori, evitando la frammentazione legislativa all’interno dell’Unione.
Nella sua sentenza, la Corte di Giustizia ha evidenziato anche un altro punto importante, ovvero che una normativa che non prevede alcuna facoltà per il singolo di esperire rimedi giuridici diretti ad accedere ai dati personali che lo riguardano o ad ottenere la rettifica o la cancellazione, viola il contenuto essenziale del diritto fondamentale ad una tutela giurisdizionale effettiva. Ho chiesto quindi se la Commissione intenda implementare meccanismi efficaci per i consumatori a perseguire vie di ricorso in materia di accesso o cancellazione ai dati personali.

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