Politica di Coesione 2021-2027: quale prospettiva per la Sardegna?

Recentemente si sta discutendo del declassamento da parte dell’UE della Sardegna da regione “in transizione” a regione “meno sviluppata” nell’ottica della programmazione dei fondi di coesione nel quadro del bilancio comunitario relativo al 2021-2027. Analizzando i dati forniti dal sito dell’Eurostat, il PIL pro-capite della nostra regione è sceso sotto i parametri minimi di regione “in transizione” già nel 2013.

 

La Politica di Coesione viene definita come il principale strumento di investimento dell’Unione Europea e ha come obiettivo la crescita economica, la creazione di posti di lavoro, l’incremento della competitività tra imprese, la sostenibilità e il miglioramento della qualità della vita dei cittadini. Per raggiungere questi scopi, l’UE destina alla politica di coesione un budget settennale, che rappresenta circa un terzo del bilancio complessivo dell’Unione e che va poi a distribuirsi tra tutti i paesi che ne fanno parte.

Gli strumenti finanziari che vengono utilizzati nel periodo di programmazione sono cinque: il Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR), il Fondo sociale europeo (FSE) e il Fondo di Coesione, a cui si uniscono il Fondo europeo agricolo di orientamento e di garanzia (FEAOG) e lo Strumento finanziario di orientamento della pesca (SFOP). Nel caso specifico sardo, uno dei punti di questa politica maggiormente interessante è senza dubbio la divisione per categorie delle regioni (livello NUTS 2), fondamentale nell’ambito dell’allocazione delle risorse: regioni poco sviluppate, in transizione e sviluppate. Questa categorizzazione si basa sulla relazione tra il PIL pro-capite medio UE e quello delle singole regioni. Le mappe qui sotto illustrano come sia cambiata la situazione del PIL rispetto al precedente ciclo 2014-2020.

Negli stati membri la programmazione parte dalla redazione di un Contratto di Partenariato, dove vengono proposte delle bozze di Programmi Operativi (PO), che poi a loro volta si dividono in Programmi Operativi Nazionali (PON) e Regionali (POR).

Ad entrambi i livelli troviamo le autorità di gestione, con il compito di gestire ed organizzare i PO, mentre il monitoraggio si svolge in congiunzione con la Commissione. Dunque quest’ultima non solo impegna i fondi, ma presenta anche delle raccomandazioni in merito allo svolgimento dei lavori in corso d’opera. Nel caso in cui un Paese non rispetti le richieste comunitarie, sia in deficit o in squilibrio eccessivo, la Commissione avrà la capacità di sospendere totalmente o parzialmente l’esborso dei fondi.

Riguardo questo tema, dai conti economici territoriali del 2017 emerge la difficoltà di spendere i fondi per la coesione e la diminuzione di quelli nazionali, in particolare nelle regioni del Sud.
Come evidenziato da una recente analisi del Sole 24 ore, il problema sostanziale risiede nella mancanza di convergenza tra risorse e energie. Quest’uso inadeguato delle risorse contribuisce alla staticità della situazione, remando contro sviluppo, innovazione e internalizzazione, gli obiettivi della politica di coesione e di tempi amministrativi morti, nello scorso periodo di programmazione sono stati sottratti 11 miliardi al PAC e il fondo di coesione ha una spesa che ammonta a solamente il 21% del totale.

In particolare, in Sardegna più della metà delle risorse destinate nel 2014-20 sono tornate indietro.

Dopo mesi di incertezze sulle sorti della ridistribuzione dei fondi, lo scorso 29 maggio, la Commissione Europea ha presentato la sua proposta per l’allocazione del budget post-2020
L’uscita del Regno Unito dall’UE e la conseguente diminuzione di risorse hanno inasprito i dibattiti sull’allocazione dei fondi che, a partire dal 2021, non dipenderà più solamente dal prodotto interno lordo pro-capite, ma anche da nuovi parametri: i livelli di accoglienza e integrazione degli immigrati, il livello di istruzione, la disoccupazione giovanile e il cambiamento climatico.

All’interno di questo nuovo disegno, che vede i paesi del Sud Europa beneficiarne maggiormente rispetto a quelli dell’Est, l’Italia si posiziona tra le nazioni europee che vedranno la loro quota aumentare, con un incremento del 6% in più rispetto al periodo 2014-2021, arrivando così ad un totale di 38,5 miliardi di euro.

Tuttavia, dall’esperienza italiana e delle regioni del Mezzogiorno in particolare, è evidente che maggiori risorse non significhino migliori prestazioni.

Nel quadro della politica di coesione, svolge un ruolo fondamentale l’elaborazione della Smart Specialisation Strategy (S3), concepita a livello regionale, ma valutata e messa a sistema a livello nazionale ed europeo, con l’obiettivo di individuare gli ambiti prioritari in termini di ricerca e innovazione su cui intervenire, in modo da garantire un maggiore orientamento al risultato degli interventi futuri.

In Sardegna, l’S3 ha evidenziato diversi tipi di criticità, catalogabili in due ambiti: tecnico-economico e socio-culturale. Da una parte troviamo un sistema economico e produttivo dotato di modesta competitività, con scarsa propensione all’innovazione e una bassa intensità di ricerca e sviluppo nel settore privato; mentre dall’altra troviamo la bassa istruzione e qualificazione della forza lavoro, la scarsa presenza di laureati in discipline scientifiche e la fuga di cervelli, sebbene frenata dalla insularità. Inoltre, la Banca Europea per gli Investimenti (BEI), ha individuato ulteriori elementi di criticità: bassi livelli di specializzazione settoriale non in linea con la media nazionale, orientati verso produzioni tradizionali a basso contenuto tecnologico; la concorrenza tra strumenti pubblici analoghi; le difficoltà date da asimmetria informativa nella valutazione di progetti d’investimento.

A fronte di queste criticità, è evidente che la scarsa incidenza degli aiuti comunitari in Sardegna dipenda proprio dal fatto che, nonostante le raccomandazioni non é giunta richieste e la situazione potrebbe non subire mutamenti rilevanti.

Un punto di criticità che mette insieme l’ambito tecnico-scientifico con quello socio-economico è sicuramente il livello di consapevolezza e di cultura delle istituzioni, in particolar modo dell’Unione Europea, che nel recente passato ha a perdere le opportunità che sono state offerte, nonostante le nostre riconosciute potenzialità innovative. L’urgenza è che si applichi una ristrutturazione del sistema di formazione tale da avvicinare la sfera regionale e quella comunitaria.

Categorie: Notizie

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