Nuove regole per il commercio ed i servizi in Europa: quali i rischi delle nuove proposte della Commissione?

Lo scorso 10 gennaio la Commissione Europea ha presentato un pacchetto di provvedimenti in materia di servizi, meglio noto come Pacchetto Servizi, allo scopo di dare ulteriore slancio alla costruzione del Mercato Unico europeo nel settore dei servizi e delle professioni.

Tralasciando l’analisi dei singoli provvedimenti, suscita una certa preoccupazione la proposta che mira a sottoporre ad un controllo preventivo di legittimità al diritto UE tutti i provvedimenti, nazionali e locali, che regolino la materia del commercio e dei servizi.

Perché una normativa – apparentemente – così tecnica e settoriale potrebbe essere così pericolosa?

La proposta della Commissione ha l’obiettivo dichiarato di rendere più forte e più uniforme a livello europeo l’applicazione della c.d. Direttiva Servizi del 2006, che in Italia – e non solo – è più nota come Direttiva Bolkenstein, che fino dalla sua approvazione aveva sollevato un acceso dibattito.

Da un lato vi era chi la sosteneva per favorire, con una forte spinta alla deregolamentazione in settori chiave delle economie nazionali, un maggiore sviluppo del Mercato Unico. Dall’altro c’era chi, al contrario, la additava, vista la sua matrice liberista, come cedimento ulteriore alle regole del Mercato a scapito di altri valori forti, su cui la tradizione sociale ed economica di molti degli stati Membri dell’Unione si era fino ad allora fondata.

La Bolkenstein già prevedeva che una serie di provvedimenti normativi emanati dagli Stati Membri in materia di servizi, professioni e commercio, potessero essere sottoposti ad un vaglio di legittimità da parte degli Organi UE, per valutare la compatibilità con i principi di libertà d’impresa, e di libertà di sviluppare le proprie attività in tutta l’Unione, senza barriere o vincoli protezionistici. Previsioni che, per la verità, non hanno prodotto risultati apprezzabili. E proprio per contrastare in maniera più efficace le recenti spinte protezionistiche, particolarmente evidenti in alcuni dei Paesi dell’est europeo, che la Commissione ha presentato questa nuova proposta che, fra le altre cose, introduce l’obbligo che tutti i provvedimenti in materia di esercizio di servizi e professioni debbano essere preventivamente notificati alla Commissione stessa, che potrà approvarli, o contestarne la legittimità ed imporre revoca o modifica.

Un’auspicabile razionalizzazione del sistema. All’apparenza.

A ben vedere, tuttavia, la proposta della Commissione introdurrebbe un obbligo di notifica preventiva su proprio tutti i provvedimenti normativi in tali materie. Compreso quelli di Regioni e Città; quelli di natura urbanistica e di gestione ed amministrazione del territorio. Semplificando, si può dire che un qualsiasi Comune, nell’adottare o modificare un Piano Regolatore che ridefinisca le zonizzazioni commerciali, prima ancora di porsi il problema di quale sia la scelta amministrativa migliore per favorire lo sviluppo economico e sociale del proprio territorio, dovrebbe chiedersi se tali regole violìno o meno i principi europei di libertà di Mercato.

Dal canto suo la Commissione Europea avrebbe il diritto di contestare la legittimità di una determinata scelta amministrativa, che – per esempio – dica che alcune specifiche attività commerciali si possono svolgere in determinate zone della città, piuttosto che in altre.

La Proposta di Direttiva si è scontrata con la netta contrarietà di alcuni dei principali Parlamenti Nazionali (Germania, Francia e Italia in testa), che hanno chiesto ai rispettivi Governi di non sostenerla, se non dopo sostanziali e nette modifiche.

Attualmente, seguendo l’ordinario iter normativo europeo di co-decisione, la Proposta è al vaglio della Commissione Mercato Interno (IMCO) del Parlamento Ue, che nelle prossime settimane avvierà l’esame e quindi il voto sulle oltre 240 richieste di emendamento che sono state presentate. 

Il Parlamento Europeo sta lavorando per migliorare la proposta, in particolare ridefinendo l’ambito di applicazione che, così come formulato, rischia di rendere estremamente complessa l’applicazione e di aumentare oltremisura le competenze della Commissione UE, anche su questioni che incidono profondamente sulla vita quotidiana dei cittadini e delle nostre economie locali e che, come tali, sarebbe preferibile rimanessero di esclusiva competenza degli enti locali.

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