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Le sfide per l’Europa dopo la vittoria di Macron

di _ | 19 maggio 2017
Lo scorso 7 maggio, alla fine di una campagna elettorale dai toni molto aspri, Emmanuel Macron ha vinto le elezioni francesi, diventando il più giovane presidente della Quinta Repubblica.

Macron, 39 anni, nonostante la giovane età ha già maturato un curriculum eccellente. Allievo della prestigiosa Ecole Nationale d’Administration, ha ricoperto l’incarico di Ministro dell’Economia fra il 2014 e il 2016.

Unico fra tutti i candidati, Macron ha fondato la piattaforma programmatica del suo movimento politico En Marche! su un forte attaccamento agli ideali europei, sottolineando il contributo che la Francia può dare a un più ampio progetto di integrazione comunitaria.

La costruzione di un’Unione Europea più solida rappresenta quindi il mezzo attraverso il quale arginare i sentimenti populisti che, proponendo il ritorno alla sovranità nazionale, tentano di minare il progetto dei padri fondatori e accrescono l’incertezza sul futuro.
Le immagini dei festeggiamenti della vittoria di Macron, sulle note dell’Inno alla Gioia e con il piazzale davanti al Louvre letteralmente ricoperto di bandiere europee possono suscitare stupore in un Paese come la Francia, da sempre conosciuto per la forza del proprio orgoglio nazionale. Tuttavia, queste dimostrazioni rappresentano la forza di un candidato che, nel suo percorso verso la presidenza, non si è mai vergognato di fare dell’europeismo un vantaggio competitivo dal punto di vista politico, differenziandosi dagli avversari e sfruttando molte delle loro debolezze e incoerenze programmatiche.

I risultati delle presidenziali francesi sono stati per certi versi sorprendenti: per la prima volta i due grandi partiti “tradizionali”, Les Républicains (centrodestra) e il Parti Socialiste (centrosinistra), non sono riusciti ad arrivare al ballottaggio.

Allo stesso tempo, al primo turno circa quattro francesi su dieci hanno scelto candidati i cui programmi mettevano apertamente in discussione l’appartenenza della Francia all’Unione Europea o, comunque, chiedevano una profonda revisione dei Trattati: Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon hanno infatti ottenuto dei risultati molto importanti, basati soprattutto al consenso generato dall’insicurezza dovuta alla crisi economica e ai fenomeni terroristici che hanno duramente colpito il Paese negli ultimi anni.

Nonostante l’ampio risultato ottenuto da Macron al ballottaggio, il Paese resta comunque diviso. La frattura emerge soprattutto fra le aree urbane e le aree rurali più periferiche. Le prime hanno votato in massa per il candidato di En Marche! (ad esempio, in alcuni quartieri di Parigi Macron ha ottenuto circa il 95% delle preferenze), mentre le aree periferiche, in particolare quelle del Nord-Est, hanno mostrano un sostegno più tiepido, probabilmente per la disillusione che molti cittadini vivono nei confronti dell’attuale situazione politico-economica e per la diffidenza che molti di loro nutrono verso un’Unione Europea percepita come astratta e lontana.

Il compito di Macron è quindi complesso. Il sostegno popolare che può fieramente rivendicare di avere ottenuto, non gli deve fare dimenticare che molti francesi hanno votato per lui al ballottaggio per le incoerenze manifestate dall’estremista Marine Le Pen e per la paura di molti di loro nel vederla all’Eliseo. Il consenso attorno alla sua piattaforma programmatica va quindi ancora costruito in modo solido e passa anche per la credibilità che il neo-presidente costruirà con i partner degli altri Stati membri.

La vittoria di Macron può far tirare un sospiro di sollievo a coloro che credono in un rafforzamento dell’Unione Europea, ma non deve fare abbassare la guardia. Essere orgogliosamente europei non significa infatti negare la necessità di riformare l’Unione, attraverso gli strumenti messi a disposizione dai Trattati e grazie a una forte volontà politica che unisca concretezza e lungimiranza.

L’esperienza francese insegna che rivendicare a chiare lettere il proprio attaccamento per il progetto di integrazione europea non rappresenta necessariamente una debolezza politica: se portati avanti con coerenza e coraggio, gli ideali europei possono rappresentare una speranza per il futuro che in tanti dipingono cupo, incerto e pieno di paure esclusivamente per sfruttare possibili vantaggi politici di breve termine.

La politica dovrebbe invece ragionare con un orizzonte di ampio respiro e questo non può non avere come obiettivo la spinta per il rinnovamento di quelle istituzioni che hanno permesso agli europei di condividere per sessant’anni un cammino che, seppure con molte difficoltà, ha permesso a nazioni diverse di costruire un futuro comune.
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