Migrazioni: una sfida per l’Europa

Lo scorso 18 maggio, il Parlamento Europeo, riunito in seduta plenaria a Strasburgo, ha approvato una Risoluzione sul funzionamento della procedura di ricollocazione dei migranti, con la quale si richiamano i singoli Stati membri al rispetto degli obblighi concordati e condivisi sulla base dei principi di solidarietà e responsabilità. Alcune riflessioni sul tema.

Che le migrazioni siano una costante della civiltà è certificato dai libri di storia. Sarebbe importante, infatti, ricostruire “archeologicamente” il fenomeno, trarne esempi, cercare di comprendere per capire. Per tutta l’antichità il Mediterraneo, il nostro Mediterraneo, è stato percorso da navi e genti di ogni genere, rappresentando un importante modello di integrazione e di civiltà. Certamente le ragioni alla base dei movimenti migratori sono state diverse; commercio, colonialismo, ricerca di nuove opportunità, fame e guerre si sono continuamente alternate come fattori di “necessità del viaggio”. Solo due esempi: nel primo 900 dall’Italia si stima che partirono ben 16 milioni di Italiani in “cerca di fortuna “(oggi li definiremo migranti economici). All’indomani della Guerra in Vietnam, l’Occidente ospitò 1,3 milioni di rifugiati dall’Indocina (profughi di guerra).

Ciò che realmente cambia è il contesto nel quale le ondate migratorie si innestano. E i numeri del fenomeno, che offrono un quadro preciso delle grandezze. Quando un fenomeno aumenta quantitativamente non si registra solo un aumento quantitativo del medesimo bensì anche una variazione qualitativa della realtà che lo contiene. Pertanto, se si tratta di gestire un flusso migratorio limitato, esso potrà essere assorbito fisiologicamente senza alcuna trasformazione interna. Quando i numeri crescono, invece, la realtà sulla quale si innesta cambia. La domanda, quindi, diventa: è l’Europa pronta a cogliere questa importante opportunità di trasformazione? E ancora: ne ha bisogno?

Una parziale risposta potrebbe provenire dai trend demografici. L’Europa conta oggi 500 milioni di abitanti e si stima che in 30 anni, un quarto della popolazione sarà rappresentato da over 65. Un’Europa che invecchia. Inesorabilmente. Nello stesso arco temporale il continente africano raggiungerà un numero di abitanti pari al triplo di quello dell’UE. Se guardiamo alla Sardegna, nello stesso arco temporale, i dati ci dicono che la popolazione sarà costituita per il 40,5% da over 65, con un’età media di 54,1 anni contro i 21 dell’area del Maghreb. Emerge quindi l’inevitabilità del processo migratorio che non si arresterà nel brevissimo periodo. A questo si aggiunga che il 50% del volume migratorio proviene da Paesi come l’Iraq, Afghanistan e Siria, sui cui teatri di guerra, il nostro Occidente e la nostra Europa hanno avuto e continuano ad avere una evidente responsabilità storica.

E tuttavia: ad oggi, l’Europa ha fatto fatica a giocare un ruolo di attore globale in questa partita. Una partita che si gioca sul nostro campo, il Mediterraneo, culla della civiltà e di valori comuni. Spesso non siamo stati all’altezza della sfida. A partire dall’Accordo di Dublino, entrato in vigore nel 1997, poi riformato nel 2003, nel 2013 e tutt’ora oggetto di modifica, che assegnava in modo sproporzionato ai c.d. Paesi di prima linea (Italia, Grecia, Malta) il compito e la responsabilità di gestire, da soli, le domande d’asilo e il sistema di accoglienza.

Il tempo che stiamo vivendo è cruciale e le scelte che compiremo condizioneranno il futuro del nostro Continente. Oggi siamo chiamati a decidere lo scenario futuro dell’Europa. Per farlo, dobbiamo abbandonare le resistenze nazionali e gli egoismi delle piccole patrie. L’Europa non può esimersi dall’attuazione piena e concreta del principio di solidarietà che imponga una condivisione di responsabilità ed obblighi. Non saranno né i muri né gli opportunismi politici a frenare le ondate migratorie. Occorre avviare con urgenza una procedura di richiesta di asilo comune a livello europeo e richiamare i singoli Stati Membri al rispetto dei rispettivi obblighi di ricollocazione. Con più determinazione è necessario proseguire con gli accordi di cooperazione con i Paesi maggiormente coinvolti sulla sponda sud del Mediterraneo. Paesi di transito e di approdo.

Accogliere, proteggere, promuovere ed integrare. Queste sono le parole chiave utilizzate recentemente da Papa Francesco insieme al concetto di accoglienza diffusa. All’Europa spetta il compito di declinarle e darle attuazione.

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