Marcia indietro

Con l’approssimarsi della discussione sulla Legge di Bilancio l’esecutivo giallo-verde è costretto a rimangiarsi le promesse mirabolanti fatte agli elettori.
Il governo deve fare i conti con la realtà, con i vincoli europei e con la severità dei mercati che dovrebbero farci credito. I giudizi sferzanti sui “signori dello spread” e le minacce sullo sforamento del 3 per cento cedono il passo al nuovo realismo di Palazzo Chigi, con Di Maio-Salvini che confermano la linea della “serietà” e del rispetto delle regole.

Intanto imprese e famiglie hanno iniziato a fare le spese degli annunci senza copertura dei primi 100 giorni di governo. Nel clima crescente di sfiducia verso il sistema-Italia pagano già caro l’accesso ai mutui e ai finanziamenti.

L’inverosimile programma da oltre 100 miliardi annunciato all’indomani delle elezioni del 4 marzo si riduce, dopo mille pressioni al Ministro dell’economia, e le dichiarazioni di vittoria dei 5S, a meno di un terzo, una manovra da circa 30 miliardi, che rimanda a data da destinarsi l’estensione universalistica del reddito di cittadinanza e circoscrive la flat-tax per le aziende e le partite iva sopra i 100 mila euro.

In particolare, per il reddito di cittadinanza verranno stanziati una decina di miliardi anziché i 17 ipotizzati inizialmente, raggiungendo una platea di cinque milioni di individui, corrispondenti ad 1 milione e 780 mila famiglie in stato di povertà, ovvero l’attuale platea del Rei, il reddito di inclusione.
La flat – tax, che doveva partire subito, verrà invece spalmata nell’arco dell’intera legislatura come prudentemente suggerito dal ministro Tria. Per il 2019 non costerà più i 50 miliardi previsti a copertura della doppia aliquota Irpef, ma intorno a soli 3 miliardi.

Altra retromarcia del governo sulla legge Fornero: lo smantellamento della legge – con la soglia di pensionamento a 67 anni – appare congelato. Si parla invece di “quota cento”, con il limite di età di 64 anni e almeno 35 anni di contributi.

Infine, stesso discorso per le pensioni d’oro: si è arenato per divergenze interne alla maggioranza il taglio agli assegni sopra i 5mila euro “non giustificati dai contributi versati”.

Il governo del “cambiamento” si rivela dunque il governo degli slogan. Restano i costi delle turbolenze finanziarie dovute alla sfiducia generata dagli annunci scriteriati. Costi non quantificati nella manovra finanziaria e dovuti maggiori interessi a carico del Tesoro per circa 7 miliardi di euro. Oltre ai 21 miliardi bruciati in questi tre mesi dal settore bancario, che si traduce a sua volta in minori erogazioni di credito e condizioni più onerose per le imprese e i cittadini.

Il “me ne frego” dei rappresentanti gialloverdi ha iniziato a scontrarsi con la realtà, con danni importanti per lo Stato e per gli italiani, che avremmo potuto evitarci.

E che dire, come ricordato da Claudio Tito, della clamorosa marcia indietro sulle tre promesse fondamentali dei 5s in tema ambientale: chiusura dell’ilva, Tav e Tap.
Proprio in queste ore il governo conferma la vendita dell azienda alla mitral. Conte ha già promesso all’amico Trump il proseguimento del’oleodotto trans-Adriatico con sbarco in Puglia. Infine i no tav hanno già manifestato la loro delusione rispetto alla difficile mediazione con i leghisti che rendono impossibile fermare il progetto.

Insomma il tempo della verità, rispetto a quello delle bufale ossessivamente comunicate, non tarderà a venire.

Categorie: Notizie

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