L’Europa al bivio sulla Libia, intanto la Cina conquista l’Africa.

Mentre in Europa impazzano le forze disgregatrici che vogliono nuovamente innalzare i muri nazionali portando indietro la storia di oltre un secolo, qualcosa si muove al di là del Mare Nostrum, ed è qualcosa che ci riguarda molto da vicino. È di ieri l’annuncio di altri 60 miliardi di investimenti in Africa, fatto dal presidente cinese Xi Jinping nel corso dell’incontro con circa 50 capi di stato e di governo del continente africano nell’ambito del terzo Forum on China-Africa cooperation. La Cina consolida così il suo progetto di espansione globale attraverso la “Nuova via della Seta”, che lungo le rotte dell’Asia Minore e della Turchia porta fino allo sbocco mediterraneo e alla conquista dell’Africa come zona crescente di influenza cinese. Una sfida per l’egemonia che viene combattuta non con le guerre, come si faceva un tempo ma attraverso le leve della cooperazione e degli investimenti. I cinesi in Africa mettono in campo una strategia di lungo periodo, investendo massicciamente su un continente in crescita, pieno di risorse naturali e sulle cui potenzialità si basa anche la scommessa delle imprese cinesi nel futuro.

Nelle stesse ore in Libia si assiste ad una nuova escalation di crisi, che rischia di precipitare il paese nel caos con una possibile destabilizzazione estesa a tutta l’area mediterranea. Non è dato sapere quanto potrà reggere la fragile tregua raggiunta con la mediazione dell’Onu ed accompagnata dagli appelli di Italia, Francia, Gran Bretagna ed Usa. È evidente il fatto che l’Europa Unita non riesce a far sentire la sua voce, a causa della mancanza di una politica estera univoca capace di far sintesi degli interessi comuni e di parlare con un’unica voce.

In Libia, nel Mediterraneo dentro casa, non si giocano solo i tradizionali interessi strategici italiani, ma anche il futuro stesso dell’Unione Europea che è un futuro di pace e cooperazione, oppure non è. Su temi di questa portata non è pensabile di procedere per ordine sparso ed interessi contrapposti, invece che attraverso la dimensione europea. È impensabile e pericoloso lasciare alle tradizionali grandi potenze -Usa, Russia, ed ora la Cina- quel ruolo di equilibrio e di stabilizzazione delle tensioni che fa naturalmente parte della vocazione europea. Abbiamo ancora tutti sotto gli occhi l’orrore della Siria e le conseguenze drammatiche di una guerra di influenza che tutte le maggiori potenze hanno combattuto, per interposta persona, in quella terra martoriata.

Sulla Libia, davanti all’Europa, non possiamo rischiare, usando una definizione di Papa Francesco, che venga combattuta un’altra “terza guerra mondiale a pezzi”, questa volta sotto casa.

Noi oggi abbiamo una consapevolezza, che deriva dalla lezione del passato: o si marcia tutti nella stessa direzione, con una politica estera univoca in grado di rappresentare l’interesse comune oppure ogni paese lascerà prevalere il proprio interesse personale attraverso le scorciatoie che meglio potranno garantirlo.

La politica del nostro paese sui migranti in questi mesi non ha aiutato, anzi, ha contribuito a isolarci di più. Su questo tema l’Europa ha certamente sbagliato, opponendo l’egoismo alla solidarietà e alla gestione condivisa del tema dell’accoglienza. L’Italia è stata lasciata sola, ma l’idea del muro contro muro, dello scontro, dell’uomo forte, si è rivelata dannosa e controproducente. La questione andava posta in termini di rapporti Europa-Africa, non in termini di divisione fra i diversi interessi dei paesi europei. L’immigrazione è un problema complesso in cui l’unica arma vincente è la diplomazia. Non può essere agitata come una clava davanti a Bruxelles, o ai nostri tradizionali partners europei, anche quando sbagliano. Se la Francia si sente legittimata oggi a non frenare le iniziative di aggressione nei confronti del governo di unità nazionale libico è anche perché noi, abbandonando la mediazione, l’abbiamo incoraggiata a gettare la maschera e a manifestare senza più inibizioni diplomatiche i suoi interessi, fortemente contrapposti a quelli italiani.

Ora anche nello scenario delicatissimo della Libia il nostro paese rischia di perdere controllo e influenza, con possibili gravi ripercussioni perla nostra sicurezza e per le tante imprese italiane che operano sull’altra sponda del Mediterraneo. Occorre dunque al più presto riprendere la via della diplomazia e delle alleanze larghe in Europa e con l’Europa. Solo così l’Italia uscirà dall’impasse, mettendo a nudo l’egoismo di chi anziché fare gioco di squadra vorrebbe metterla fuori partita.

Categorie: Notizie

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