INTERNET, “WHO OWNS DATA?” : QUANTIFICARE IL VALORE DEI CONTENUTI PER TUTELARE I DIRITTI DEGLI UTENTI

“E’ morta la gratuità, tutto quello che noi facciamo in rete è senza impatto monetario per noi ma ha un valore per altri: i dati sono la nuova moneta corrente per chi li detiene” . Così Giovanni Buttarelli, Garante Europeo per la Protezione dei Dati (EDPS), nel suo intervento durante l’incontro “Who owns data?” organizzato a Bruxelles dall’eurodeputato Renato Soru, insieme a Isabella De Monte, parlamentare europea del PD, Bruno Gencarelli responsabile protezione dati della Commissione Europea e Max Schrems, protagonista della causa davanti alla Corte di giustizia europea che nel 2015 ha reso invalido l’accordo Safe Harbor per il trasferimento dei dati di cittadini europei negli Stati Uniti.
“ Il trattamento delle informazioni on line pone oggi delle sfide assolutamente inedite, che impattano direttamente nella nostra sfera personale e nelle nostre abitudini quotidiane. I big data players nel mondo, l’impresa, i governi, sono sempre più interessati a conoscere i nostri comportamenti, a orientarli o a prevenirli, a trarre profitto dalla conoscenza sempre più approfondita del nostro modo di essere. I social network” prosegue Buttarellli, “ci chiedono sempre più informazioni riservandosi la detenzione di diritti proprietari su di esse. I legislatori in Europa tutelano i dati personali, ma non abbiamo mai detto “siamo proprietari”. Mentre invece dal punto di vista di chi tratta questi dati la prospettiva è sempre più la privatizzazione delle nostre identità”.
La disciplina della protezione dei dati – pur presente e radicata a livello UE – deve essere intesa in senso più ampio: “Si apre un discorso che riguarda la dignità dell’individuo e della sua identità personale: si tratta cioè di rendere sostenibile dal punto di vista etico lo sviluppo dei sistemi di raccolta e trattamento dei dati da parte dei servizi internet. Un’antidoto necessario al modello attuale basato sulla massimizzazione del profitto e minimizzazione della trasparenza del processo di trattamento dei dati”.

Di diritti e di trasparenza, ma anche dei costi reali che si nascondono dietro l’apparente gratuità dei servizi connessi all’utilizzo dei social network ha parlato l’attivista Max Schrems, dalla cui istanza innanzi alla Corte di Giustizia europea ha avuto origine la revisione dell’accordo Safe Harbor con gli USA. “Quando noi utilizziamo Facebook abbiamo la sensazione che i servizi offerti siano gratuiti ma in realtà non lo sono. La chiave è nella cessione di diritti dentro il licence agreement obbligatorio all’atto dell’iscrizione. Noi cediamo i beni intangibili costituiti dai nostri contenuti e dai dati personali che immettiamo nei social e che producono un valore di cui però non siamo padroni”

Per la Commissione europea, il responsabile per la protezione dei dati alla DG Giustizia Bruno Gencarelli ha illustrato il panorama della corposa legislazione europea , ricordando la riforma del pacchetto sulla protezione dei dati, in corso di approvazione da parte di Consiglio e Parlamento, che supera la frammentazione in 28 sistemi nazionali introducendo maggiore uniformità e certezza giuridica. “Certo, lo sviluppo sempre più rapido e sempre più invasivo dei servizi di raccolta dati complicano il compito del legislatore che, come segnalato dai partecipanti, opera più lentamente della tecnologia, ma molto dipenderà da come le nuove regole verranno implementate”, ha spiegato Gencarelli.

Al livello europeo, si aggiunge il livello internazionale di protezione dei dati, e in particolare lo scambio transatlantico di informazioni: “Ci sono stati due importanti sviluppi negli ultimi mesi: l’accordo sul cosiddetto Umbrella Agreement, il primo accordo internazionale sullo scambio UE-USA di dati personali tra autorità statali di cooperazione penale e di polizia per il contrasto ad attività criminali, e due giorni fa, la pubblicazione della nuova decisione relativa al trasferimento dei dati commerciali dall’Europa verso gli Stati Uniti, dopo l’invalidazione del Safe Harbor”. Il nuovo accordo detto Privacy Shield dovrebbe consentire di superare le criticità del precedente regime, introducendo tutele e obblighi più stringenti sul trattamento dei dati da parte delle società americane alle quali sono trasferiti e garanzie più precise ed efficaci per i cittadini UE che intendono presentare reclamo sul trattamento dei propri dati.

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