Fake news: intervengono Google e Facebook

Il Cambridge Dictionary definisce “fake news” come “storie false che sembrano notizie, diffuse su internet o attraverso altri media, generalmente create per influenzare la politica o come scherzo”.

Gli anni delle cosiddette “fake news” sono iniziati senza che quasi nessuno se ne sia accorto. La crescita esplosiva dei social network, l’accessibilità quasi infinita delle informazioni e la portabilità dei mezzi con cui ottenerle hanno generato le basi per progressi sociali e tecnologici, ma anche permesso la crescita di un fenomeno che mette in crisi la fiducia nelle istituzioni democratiche.

Questo tema è stato oggetto di una conferenza  promossa dal gruppo Socialisti e Democratici al Parlamento Europeo settimana scorsa.

Le fake news non non consistono solamente in notizie completamente false, ma rappresentano un ampio spettro di informazione costituito da media non obiettivi e partigiani, titoli sensazionalistici e tematiche trattate ignorando il contesto. In sostanza, una notizia fattualmente corretta può essere facilmente presentata in modo da rappresentare l’esatto opposto di quanto i dati porterebbero a concludere.

Questa definizione ampia di fake news rende difficile individuare cosa sia una notizia falsa o meno. La scelta del confine tra quello che può semplicemente essere cattivo giornalismo e la diffusione cosciente di informazioni tendenziose è molto complessa. Se il primo caso è infatti problematico, ma non condannabile il secondo è grave e inaccettabile.

I governi e i media tradizionali sono stati colti di sorpresa da questo fenomeno e in molti casi le conseguenze sono state politicamente molto rilevanti. La creazione artificiale di siti di disinformazione ha avuto un ruolo rilevante nel corso delle passate elezioni americane e può averlo in molti i paesi occidentali.

Il fenomeno non nasce su internet, ma sul web ha trovato un ambiente ideale per svilupparsi. La rete rappresenta ancora un contesto di frontiera che ha storicamente resistito ai tentativi di controllo e che, grazie alle sue caratteristiche di apertura, è difficile da controllare centralmente.

Non è un caso che in mesi recenti tutti i giganti della tecnologia abbiano, anche su spinta di Paesi e governi, iniziato ad affrontare la questione.

Google, presente alla conferenza, ha dato avvio ad una strategia composta da più fasi. Sapendo di rivestire un ruolo essenziale, ha dato avvio a dei programmi di supporto al giornalismo di qualità, mettendo in evidenza fonti di informazione riconosciutamente affidabili e cercando di ridurre l’incentivo alla creazione di informazione di bassa qualità.

Un altro grande gigante dell’informazione online, Facebook, ha aperto una intensa collaborazione con delle testate tradizionali e creato delle tag di fact checking per confermare l’affidabilità di dette fonti.

Anche gli sforzi di entità rilevanti come Facebook e Google non possono però da sole porre fine a questo fenomeno. Per trovare una soluzione è necessario che governi, media, istituzioni della rete e utenti trovino delle soluzioni insieme.

Se da un lato è infatti vero che le piattaforme possono mettere a disposizione degli strumenti che riducano la diffusione di notizie false, altrettanto importante che non siano solamente queste ad avere il potere di decidere cosa possa essere comunicato o meno. Un maggior livello di trasparenza e partecipazione permetterebbe di dare forza alle soluzioni individuate, che esse si limitino ad incoraggiare il giornalismo di qualità o verso la chiusura di siti evidentemente fasulli.

 

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