Brexit e integrazione europea

Lo scorso 29 marzo il Regno Unito ha presentato ufficialmente la richiesta di attivazione del famigerato articolo 50 del Trattato dell’Unione Europea, dando il via al processo che, nel giro di due anni, porterà alla separazione di Gran Bretagna e Irlanda del Nord dal resto dell’Unione.

È fuori discussione che si tratti di un evento di portata storica, le cui conseguenze, difficili da definire in anticipo, avranno comunque un impatto economico, politico e sociale grave e decisamente importante.

Tuttavia, la Brexit può rappresentare un’opportunità per rafforzare i valori che sessant’anni fa hanno spinto i padri fondatori dell’Europa a firmare i Trattati di Roma e che sembrano attualmente indeboliti dalla crescita di movimenti populisti che, soffiando sul malessere sociale generato dalla crisi economica, provano a incassare un facile dividendo politico i cui effetti disgreganti non sono politicamente sostenibili nel lungo periodo.

Questi valori sono stati riaffermati dai leader europei nel corso delle celebrazioni per la firma dei Trattati lo scorso 25 marzo a Roma: proprio tali princìpi dovranno guidare il difficile processo negoziale che ci vedrà coinvolti nei prossimi due anni.

Le implicazioni economiche e sociali della Brexit sono molteplici.

Secondo i dati più recenti, nel Regno Unito vivono circa 3,3 milioni di cittadini comunitari (in gran parte lavoratori), mentre i britannici che vivono nel resto dell’Unione Europea sono circa 1,2 milioni. La buona riuscita del processo negoziale non può prescindere dalle certezze e dalle garanzie che dovranno essere date a queste quattro milioni e mezzo di persone.

Per quanto riguarda l’aspetto commerciale per le imprese, i dati 2015 per l’Italia mostrano che le relazioni commerciali fra il nostro Paese e il Regno Unito rappresentano il 2,1% del PIL se si prende in considerazione il mercato dei beni. Il mercato dei servizi ha invece un’incidenza sul nostro PIL pari a circa un punto percentuale. L’Italia è quindi il Paese che, tra le maggiori economie europee, presenta la minore incidenza commerciale sull’output nazionale.

Non bisogna tuttavia dimenticare che tra i settori produttivi più rilevanti in termini di import/export fra l’Unione e il Regno Unito, vi siano l’industria automobilistica e il settore alimentare, molto importanti per il tessuto produttivo del nostro Paese.

La regolazione dei futuri rapporti commerciali ed economici contempla quindi una serie di opzioni, spesso molto differenti, e pone interrogativi di rilievo.

Si pensi ad esempio agli impegni assunti rispetto al budget europeo 2014-2020: sino a quando il Regno Unito dovrà fare fronte a questi obblighi di bilancio? Questa rappresenta un nodo di rilievo, anche perché il bilancio comunitario permette l’attivazione di una serie di politiche che hanno un impatto diretto sulla vita dei cittadini: si pensi al Programma Erasmus oppure alle azioni in favore delle piccole e medie imprese o dei territori economicamente più isolati e svantaggiati.

La regolazione dei rapporti bilaterali lascia sul tavolo numerose possibilità, non tutte facilmente realizzabili. È infatti inverosimile che il Regno Unito possa accettare l’ipotesi di fare parte dello Spazio Economico Europeo perché dovrebbe rispettare le quattro libertà fondamentali dell’Unione ovvero la libera circolazione dei capitali, delle merci, dei servizi e delle persone: proprio quest’ultima è molto osteggiata Oltremanica. In uno scenario di questo tipo, il Regno Unito dovrebbe continuare a contribuire al budget europeo anche se in misura minore e con minor voce in capitolo.

È inoltre improbabile che si faccia un accordo secondo il cosiddetto modello svizzero. Le relazioni commerciali con il Paese elvetico si basano su accordi bilaterali che riguardano solo alcuni specifici settori (una sorta di Spazio Economico Europeo “compresso”). Un accordo di  questo genere sarebbe complicato e ci sarebbe la possibilità per il Regno Unito di cercare un’intesa soltanto in quegli ambiti che ritiene strategici per la propria economia. Un’ipotesi di questo tipo sarebbe quindi molto probabilmente scartata dall’Unione Europea.

Allo stesso tempo, è evidente che l’orizzonte verso il quale lavorare può essere quello di un accordo di ampio respiro che abbia implicazioni non solo commerciali, ma anche politiche. In questo modo si preserverebbero gli stretti rapporti che, per ragioni culturali e geografiche, ci sono fra il Regno Unito e il resto dell’Europa.

In mancanza di un accordo entro due anni, l’uscita dal Regno Unito avverrebbe in modo disordinato. Dal punto di vista commerciale, questo significherebbe che non vi sarebbero rapporti speciali con l’Unione Europea e che le relazioni sarebbero regolate esclusivamente attraverso la World Trade Organisation, con i rischi che ne deriverebbero in termini di incertezza politica e mancanza di flessibilità nei rapporti bilaterali.

L’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea rappresenta un fatto grave e indesiderato per la maggior parte dei cittadini europei. A sessant’anni dai Trattati di Roma è tuttavia importante poter sfruttare questa opportunità per riprendere un cammino verso una più forte integrazione europea nonostante la battuta d’arresto che viviamo in questa particolare fase storica.

L’unità e la coesione, l’appartenenza a una stessa grande comunità, la solidarietà hanno permesso di creare le condizioni per superare le divisioni e le ferite della Seconda guerra mondiale e per favorire una maggiore prosperità dei cittadini europei.

Inoltre, i recenti sviluppi sullo scenario internazionale registrano la tendenza degli Stati Uniti verso una politica di difesa isolazionista che potrebbe fare emergere un ridimensionamento della Nato e delle sue strategie. In un quadro di questo genere, la Brexit rappresenta per l’Unione Europea un passo indietro e la perdita di un importante alleato nell’ambito delle politiche di difesa comune.

Tale situazione dovrà quindi spingere gli Stati membri a rafforzare la cooperazione fra loro per contribuire al mantenimento della pace e della sicurezza a livello internazionale, continuando a garantire al Vecchio Continente il periodo di pace più lungo della sua storia.

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